mercoledì, 25 febbraio 2009
Con il permesso dell'amica Niccky prendiamo in prestito questa storia che merita, come non mai di essere segnalata.L'invito ovviamente è quello di visitare il blog di questa donna della normalità che da circa due anni è affetta da HIV e che ha deciso di raccontarsi nel suo diario telematico. Buona lettura.








La discriminazione si è estesa rapidamente, così come l’ansia e il pregiudizio nei confronti dei gruppi maggiormente colpiti e delle persone sieropositive.
Ma alla malattia sono associati anche lo stigma, la repressione e la discriminazione, poiché gli individui colpiti dall'Hiv a volte sono respinti dalle loro famiglie, dai loro amori e dalle loro comunità.

Questa è una testimonianza di Anon un trentacinquenne, cittadino di un piccolo paese del centroamerica, Honduras .
Anon ci racconta la discriminazione, l'emarginazione del suo ex compagno sieropositivo, all'interno della propria famiglia .
Anon si racconta su
www.avert.org/

Ottobre 2007: ricevetti una chiamata che mi informava della sua morte. Mi incontrai segretamente con una persona che lavorava  presso la casa della sua famiglia e scoprì che gli davano da mangiare sempre nello stesso piatto, con le stesse posate e da bere nello stesso bicchiere; ben presto maturai l’idea che fosse stato isolato dalla sua stessa famiglia. Il suo rasoio, come anche il suo spazzolino stavano sempre tra la spazzatura e nessuno si interessava delle sue pillole. Egli si sentì così maltrattato nella sua stessa famiglia.
Era costretto a dormire su un sofà coperto da un semplice nylon, perché era incapace di trattenere le sue feci, tutto ciò non faceva certo bene ai suoi reni che erano in parte compromessi.
Aveva perso tutta la sua voglia di vivere e, ad un certo punto, anche la ragione: non era più in grado di riconoscere i membri della famiglia, i suoi amici, o i suoi tre piccoli figli, che una volta abbracciava e baciava ogni volta che poteva, mentre la famiglia cercava in tutti modi di tenerli lontano da lui per paura che fossero infettati.

Ad un certo punto smise si assumere gli antiretrovirali, ma nessuno se ne curò, nessuno si interessò al fatto che, ogni volta che spostavano il sofà su cui dormiva, comparivao da sotto i medicinali non utilizzati.
Piangevo mentre il suo amico mi raccontava queste cose e il mio stato d’animo peggiorò quando mi disse che non era la prima volta che lo cacciavano di casa e che era stato anche costretto, la prima settimana di Settembre, a dormire tre notti per strada.
Fu poi ritrovato da alcuni amici della moglie, i quali lo gettarono come un animale agonizzante in un posto molto simile ad un rifugio abbandonato, dove morì solo, con un' infinita tristezza nello sguardo, con gli occhi spalancati al cielo e con in mano una foto dei suoi tre figli.
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venerdì, 20 febbraio 2009
Dal Blog dei ragazzi di Bologna, abbiamo rubato una commento dell'amico Maurizio Rotaris che riportiamo volentieri, sempre nella speranza di dare notizie ed informazioni che possano contribuire a migliorare la condizione delle persone che transitano per la stazione milanese.




Milano è una città stupida e arida: per chi vive in strada, una città difficile.
Lavoro da 20 anni alla stazione e molte cose le ho viste migliorare, altre cadere nell’indifferenza totale.
Sono aumentati i posti letto nei dormitori e i servizi, ma ad altri problemi alla mancanza di risposta sociale, è corrisposto esclusivamente il velleitario e demagogico slogan dell’ossessione sicuritaria.
Una città che ha collezionato una decina di morti in strada in brevissimo tempo dovrebbe interrogarsi. Ma in questo luogo, crogiuolo di intelligenze nazionali non succede.
Innanzitutto diamo uno sguardo alle politiche sociali: budget insignificante, investimenti zero, velleità di recupero forzato anche sulle frange più cronicizzate, soglie alte di assistenza. D’altra parte non è connaturata al centro destra una vocazione solidaristica. Un centro destra votato dai cittadini che chiedono sicurezza e non servizi sociali. Un centro destra che in una città a forte carattere cattolico deve comunque fare i conti con quella parte di elettorato e di forze politiche che stanno sotto la cappella clericale, variamente colorata. E quindi deve crearsi un sodalizio non bellicoso fra queste due parti che sistemano in questo modo la coscienza un po’ a tutti. E non entrano mai in conflitto, se non per qualche raro appello dei cardinali. E questo è il primo grosso nodo, dove da una parte abbiamo il centro destra e dall’altra l’area cattolica con tutto il suo codazzo di associazioni, enti e cordate umanitaristiche. Risultato, nulla varia su questioni di fondo. D’altra parte sperare oggigiorno in opposizioni serie vien da sorridere.
Il secondo gravissimo problema è rappresentato dalla logica mercantile che lega la progettualità sociale agli enti erogatori di finanziamenti, ovvero le pubbliche amministrazioni e le fondazioni bancarie: forme di sottomissione e castrazione che si esprimono in vari modi, dalla “Convenzione” al stare nella logica dei progetti, dalle commissioni di valutazione sul da fare, a chi fa le fotografie e gli osservatori della realtà, per dire poi cosa è giusto o non è giusto fare, dalle quote di cofinanziamento che tagliano fuori tutti i piccoli enti ai progetti scritti solo sulla carta, ma bene. In un contesto nel quale i soldi scarseggiano, come sopra detto, va da sé che la gara ad acquisire fondi da parte dell’associazionismo manageriale, di un no profit che sembra uscito fresco dai corsi di formazione dell’Assolombarda, diventa una guerra senza esclusione di colpi. Purtroppo il sottoscritto ha lavorato per dieci anni in tutte le commissioni interistituzionali dei settori tossicodipendenze e gravi povertà e questi profondi vizi li ha toccati con mano, prima di andarsene, mandando bellamente tutti questi signori a cagare: uso improprio delle risorse, accaparramento dei fondi, progettazione dell’improbabile purchè certificato e doc, stravolgimento del concetto di lavoro di rete in quintali di carta per dimostrare l’efficacia di progetti certificati dalle cordate di associazioni, ma soprattutto un criterio di fondo che vede l’uso delle risorse che dovrebbero essere destinate alla reale progettualità destinata alle persone, in uno spreco di soldi spesi per pagare il personale, perlopiù sempre stanco, sfiduciato e demotivato da stipendi e contratti da fame. Persino delle SpA riuscirebbero a far di meglio ! Le soglie delle progettazioni poi sembrano sempre più elevarsi e quanto meno se non ci metti dentro cento volte le parole "reinserimento, integrazione e lavoro" in un progetto, altri modelli sperimentali, innovativi o diversi da questo non avranno alcuna possibilità di successo. Vien strano pensare come in una città come questa, dove anche i cd “normali”, perse alcune garanzie si troverebbero nella merda, si possa ancora cercare di far prevalere l'immagine di una città che offre tutto a tutti “purchè ne abbiano voglia”. Palle !
Una città che ha dimostrato in 15 anni una grossa cecità ed incapacità di progettare nel sociale. Quando avrò qualche segnale diverso vi faccio un fischio.
Scusate la lunghezza del testo in politichese, non è il mio solito.

Maurizio Rotaris
Responsabile SOS Stazione Centrale
Tel 0266984543 – 3207203125

maurizio.rotaris@rcm.inet.it
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mercoledì, 18 febbraio 2009

I ragazzi di Asfalto come al solito stanno sulle notizie, e dal loro blog leggiamo questa storia.
Grazie
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domenica, 15 febbraio 2009

Untitled from bruccoleri stefano on Vimeo.

Questo video è stato realizzato per la redazione di Telestrada ed è stata un'occazione per fare il punto della situazione.
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venerdì, 13 febbraio 2009
Questo l'appello che alcuni amici mi hanno inviato qualche giorno fa e che successivamente hanno fatto il presidio a Palazzo Marino con Dario Fo e Franca Rame

Appello contro il crimine dell’indifferenza


 
La parola poetica, a differenza di quella politica, dice sempre la verità, senza infingimenti, senza ipocrisie. Di fronte all’ennesimo dramma di una persona anziana morta in solitudine nel capoluogo lombardo, Alda Merini ha detto che «C’è indifferenza a Milano, ed è il crimine più grosso».
Come una coperta spessa l’indifferenza attutisce le grida di dolore, nasconde i bisogni di tante persone. Assieme e grazie ad essa cresce anche l’insofferenza e l’intolleranza: per il diverso, per chi disturba. Anche solo la vista, attraverso la sua presenza pur silenziosa: immigrati, poveri, rom, senza dimora sono vissuti come ingombro da rimuovere e allontanare non come problema sociale da affrontare.
Un problema di fronte al quale bisogna agire molto di più, come ha richiamato a fare il cardinal Tettamanzi.
Bisogna fare di più. O almeno quanto è giusto e sufficiente. I sei morti di freddo e di stenti in poche settimane a Milano dicono che quel che viene fatto per i più deboli è drammaticamente poco.
Nel capoluogo lombardo e nel paese intero.
Oggi e ieri.
Ma oggi, complice la profonda crisi globale che mette a rischio masse crescenti di lavoratori e di famiglie, la condizione di povertà, anche estrema, non è più realtà lontana e impensabile, che riguarda solo “gli altri”, qualche sfortunato. È un evento traumatico nel quale molti possono precipitare anche semplicemente a causa della perdita del lavoro o della casa, per la rottura del nucleo famigliare o per un’improvvisa malattia.
Guardare ai morti di freddo, alla solitudine degli anziani, alle preoccupazioni economiche di molte famiglie non solo con compassione ma anche con indignazione per le responsabilità e le insufficienze non è sufficiente.
Occorre mobilitarsi per dire che queste morti erano evitabili, così come lo sono le prossime.
Occorre mobilitarsi per costruire risposte vere, immediate e concrete ai bisogni dei più deboli. Bisogni che richiedono politiche sociali adeguate e sufficienti. C’è necessità di affermazione di diritti e di riconoscimento di dignità.
Occorre mobilitarsi per dire che la questione delle povertà, le scelte legislative sull’immigrazione, la mancanza di serie politiche abitative e di edilizia sociale, il progressivo venir meno del welfare, la privatizzazione di servizi sociali così come le risposte insufficienti che vengono date ai disoccupati e ai lavoratori precari e in mobilità sono capitoli di uno stesso discorso.
Non si tratta solo di dare risposte di emergenza alle urgenze. Si tratta di fornire le risposte giuste e le più efficaci. Ad esempio, installare costosi tendoni per i senza dimora non risolve alcun problema, giacché chi ha problemi ad andare nei dormitori (perché senza documenti, perché straniero irregolare o perché quelle strutture sono ad “alta soglia”, soggette a regole e imposizioni spesso eccessive – le strutture pubbliche debbono essere al servizio dei loro utenti, non viceversa) li ha anche a recarsi nei tendoni. Assai più pratico e accessibile sarebbe lasciare aperte le stazioni delle metropolitane nelle ore notturne, come avviene in altre città, e rafforzare i servizi mobili di sostegno e cura. E così pure sarebbe auspicabile che fosse consentito l’accesso notturno ad alcune altre strutture, ad esempio gli oratori. Certo, la Chiesa e le parrocchie già fanno molto, spesso più di quello che viene garantito dai servizi pubblici, ma questa ulteriore disponibilità sarebbe un segno ancora più forte e capace di scuotere maggiormente le coscienze e quelle forze politiche sorde e distratte.
Non è, del resto, solo problema di strutture e di risorse. Prima ancora, è questione di culture: se la politica lancia messaggi criminalizzanti nei confronti delle persone immigrate è del tutto conseguente e a quel punto inevitabile che costoro avranno timore a recarsi nei dormitori o negli ospedali per farsi curare. C’è una responsabilità nelle parole e nei messaggi, non solo nelle omissioni. E il rimedio non è certo il ricovero coatto. È decisamente ipocrita e intollerabile rovesciare la responsabilità sui senza dimora, sulla loro supposta indisponibilità a essere aiutati.
L’accoglienza è uno sguardo e un approccio, una concezione della città e della comunità prima ancora che un insieme di risposte organizzative, pure evidentemente necessarie.
Per sollecitarle entrambe, per chiedere che la Milano dell’Expo e delle Banche diventi anche la città dei più deboli, dei poveri, degli esclusi, dei lavoratori in difficoltà, degli anziani lasciati soli; per chiedere che le istituzioni locali e centrali mutino radicalmente le proprie politiche nei confronti delle aree di fragilità sociale dando vita a una nuova stagione di politiche sociali; per il diritto al lavoro, all’abitare, alla cura e al sostegno, lanciamo questo appello, anche in vista di una prossima iniziativa da costruirsi a Milano.
 
Aggiornamenti su [ http://www.dirittiglobali.it/ ]www.dirittiglobali.it
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mercoledì, 11 febbraio 2009

(AGI) - Milano, 6 feb. - Un piano anti-freddo "che fa acqua da tutte le parti": la denuncia di Alberto Giannino, presidente dell'associazione culturale docenti cattolici (Adc) arriva all'indomani della morte di un clochard a Milano, "il settimo dall'inizio dell'anno". Una denuncia che coinvolge l'assessore comunale alla famiglia, scuole e politiche sociali Mariolina Moioli, che "convoca riunioni per 'aggiornare' il suo piano antifreddo per far vedere che e' attiva e dinamica, ma poi non conclude nulla", e il prefetto Gian Valerio Lombardi ("ha parlato di una task force per aiutare i clochard, ma io a Milano non ho visto nulla"). Secondo Giannino "la strategia adottata dalla Moioli a Milano e' sbagliata, non e' adeguata ad una metropoli dove i senzatetto sono 4 mila, di cui 1.000 alloggiano nei dormitori, 1.150 nella baraccopoli e nei campi rom, 1.300 nelle aree dismesse e altri 400 in mezzo alla strada". Al sindaco di Milano Letizia Moratti, Giannino ricorda che "non bastano le cene al Pio Albergo Trivulzio o in altre istituzioni per anziani: l'assistenza ai vecchi e ai clochard non e' una cortesia che elargisce il Comune". "Noi vogliamo soltanto promuovere la dignita' dell'uomo - e' l'appello dell'Adc - e contribuire ad orientare questi cambiamenti, perche' si avveri un autentico progresso dell'uomo e della societa'

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categoria:articoli, giornalismo, denuncia, clochard


mercoledì, 11 febbraio 2009








Dai commenti, raccogliamo queste segnalazioni. La più aggiornata arriva da Maurizio Rotaris responzabile SOS stazione di milano,e la seconda da Massimiliano Salvatori, Tutor del laboratorio informatico e redattore del Blog Asfalto.

Anche oggi,
questa mattina, abbiamo avuto un altra persona morta in stazione. Un uomo di 60 anni senza documenti, sempre più nella mia mente si sta formando una teoria che cerca di dare una risposta a questa sequenza di morti che avvengono a Milano. Abbiamo una sequenza di morti per il freddo fra gli immigrati irregolari, persone che non potendo accedere ai dormitori in base alla normativa nazionale, sono morti di freddo. Poi abbiamo un altro gruppo di persone di nazionalità italiana, in età adulta (se non anziani), morti in Centrale, non di notte, ma di giorno. Alcune di queste persone le conoscevo vagamente, erano persone di recente accesso nel circuito della grave emarginazione, persone in sostanza che non avevano alle spalle una lunga storia di vita di strada. Sarei pensato a credere che le difficoltà della vita di strada e la mancanza di difesa e corazza contro i disagi (più tipici di chi vive in strada da tempo) siano fra le caratteristiche di queste persone.
Maurizio Rotaris
Responsabile SOS Stazione Centrale
Referente del progetto
Tel 0266984543 – 3207203125 –
maurizio.rotaris@rcm.inet.it





CLOCHARD TROVATO MORTO IN UNA GARITTA A MILANO
(AGI) - Milano, 5 feb. - Un clochard di 57 anni, di origini sarde, e' stato trovato morto questa notte in una delle garitte della ex dogana di Milano, in via Valtellina. L'allarme e' stato dato da un dipendente che ha chiamato il 118 intorno alle 9. I medici giunti sul posto non hanno potuto che constatarne il decesso. Sono in corso delle verifiche per stabilire la causa della morte. L'uomo aveva con se' la tessera della mensa di San Francesco.

Massimiliano Salvatori

 

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sabato, 07 febbraio 2009


Voglio ringraziiare gli amici di Asfalto, il blog delle persone senza dimora di Bologna per aver pubblicato un'altro frammento del mio Diario di viaggio.,I'invito non è tanto quello di andarselo a leggere ma quanto e soprattutto di  andare oltre nella lettura.Proseguire, scorrere le pagine.
Asfalto attualmente resta il blog italiano di genere per eccellenza, per qualità ed intensità.
Un lavoro quotidiano merito soprattutto del suo animatore Massimiliano Salvatori,appassinato giornalista-educatore oltre che amico.
Il blog è redatto da senza dimora di Bologna che si avvicinano al laboratorio informatico di Asfalto e che da li tentano nuovi percorsi.
Non aggiungo null'altro se non l'invito a farsi danneggiare la percezione della realta dalla lettura del Blog
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giovedì, 05 febbraio 2009
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categoria:foto, amicizia, album, solidarietà, victor, vite diverse, ina , concerto barboonband


martedì, 03 febbraio 2009
Dagli amici del dormitorio pubblico del Gomito di Bologna prendiamo in prestito questa storia, che come leggerete si racconta drammaticamente da sola.

hand

Ciaky è TORNATA per voi che siete stati solidali. Devo chiamarmi calamita attira sfiga.
Purtroppo va sempre peggio. Ora si avvicina la data del processo del camion che mi ha investito e DEVO vincere la causa, chissà che non mi passi paura, paranoia, crisi di ansia e di panico oltre a quelle isteriche e così la Depressione e soprattutto RABBIA. Vorrei farla finita lasciare tutto a chi merita e togliermi di mezzo. Non ce la faccio più.
Questa è buffa: a Natale cerco in tutti i modi di farmi arrestare ma non ci sono riuscita passavo sempre dalla parte della ragione.
Stavo per strada avevo freddo perciò volevo andare in galera al caldo. Ho devastato anche un bar, ma niente. Dopo pochi giorni mi danno l’invio per entrare in dormitorio. Era presto, mi siedo alla fermata di fronte alla stazione, prendo 3 tavor e bevo del vino rosso per scaldarmi. Poco prima dell’orario un riccone di merda (perché così va definito) dice di non passare con la macchina, allora gli chiedo se serve tirar giù la colonna per farlo passare e gli ho dato del coglione e che la patente l’aveva trovata per sua fortuna nell’uovo di pasqua. Mi prende a calci e mi rompe la bottiglia tagliandomi
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